“I giovani d’oggi vivono di Internet e di discoteca ed iniziano a crearsi una propria autonomia dopo i 35 anni..”. “Non hanno più valori..”. Spesso si sentono questi discorsi, ma i valori, purtroppo, devono fare i conti con la realtà e vengono spesso mediati, se non dettati, dalla società civile e dallo stato d’essere dei cittadini. Da un lato questo Stato, questa società, considerando le coppie di fatto unioni di serie “B”, ribadisce il concetto di centralità della famiglia, ma dall’altro, non venendo incontro alle necessità dei giovani, li costringe a vivere in una precarietà che non si limita ad essere retributiva, ma diviene esistenziale.
Prendiamo ad esempio una coppia giovane, romana, 20 anni terza media lui, 18 anni terza media lei. Una notte di pazzia in discoteca e, ops, un figlio in arrivo. La faccio tragica? Forse, ma sono le situazioni tragiche il banco di prova di un sistema assistenziale.
La società vorrebbe che questo ragazzo si prendesse le proprie responsabilità, sposasse la ragazza, si mettesse su una casa ed una famiglia. Bene! Se è questo che la società vuole, lo Stato –
che dovrebbe essere espressione della società – dovrebbe renderlo possibile. Vediamo invece nella realtà cosa succede.
Primo passo: trovare un lavoro.
Spesso il sogno si infrange già in questa fase, ma supponiamo che siano due ragazzi fortunati e, almeno lui, trovi un posto da
precario a (esageriamo) mille euro al mese. Ora viene il problema della casa. Rivolgiamoci sempre all’idea che ha la società
del giusto: la casa di proprietà!
Ovviamente a quell’età non si hanno capitali da parte. Un tempo sarebbero intervenute le famiglie che avrebbero dato quel
gruzzoletto necessario a dare la caparra. Oggi questa ipotesi è utopia pura: spesso le famiglie d’origine non hanno loro di che mantenersi.
Rivolgiamoci quindi alle banche. Con un contratto da precario, e le famiglie di origine che non hanno la solidità per garantire,
anche questa strada è preclusa. Vediamo allora il mercato degli affitti. A Roma un monolocale, non adattissimo a crescere un figlio in arrivo, costa mediamente 805 euro al mese (fonte SUNIA). Togliendo 805 euro ad uno stipendio di 1000 euro rimangono 195 euro per vivere. Inutile, da soli non ce la fanno. Andiamo in Comune e vediamo come lo Stato può aiutarci, in fondo loro non vogliono essere “bamboccioni”, chiedono solo di poter dar vita ad una loro famiglia. Il Comune di Roma, come scopriamo dal sito istituzionale, “eroga un contributo finanziario alle famiglie, che si trovano in gravi ed accertate condizioni socio economiche, per il pagamento dell’affitto”.
Sembra la soluzione perfetta ma scopriamo che, intanto, l’importo massimo è di € 516,46, poco più della metà del canone di un monolocale.
Vediamo chi ne ha diritto: intanto solo chi è rimasto senza casa a seguito di calamità naturali, sgomberi o sfratto. Ma non solo;
queste persone non devono superare gli 11.620,28 euro annui di reddito. Ai nostri ipotetici ragazzi non compete, loro sono “ricchi e fortunati”.
E allora? Proviamo con un alloggio popolare.
Chi di quelli che leggono ha il coraggio di dire a questi ragazzi che, prima della nascita del figlio, avranno un alloggio popolare, se l’ultima graduatoria pubblicata è riferita al 31/12/2006? Io no. In questa graduatoria erano state valutate 2.908 domande (che sono nulla rispetto all’emergenza abitativa di Roma) ma, come se non bastasse, di questi richiedenti, solo 1.107 sono risultati, alle verifiche, in possesso dei requisiti richiesti. 1.306 sono risultati non idonei per motivi diversi (irreperibili, emigrati fuori dal Comune o, addirittura, deceduti nell’attesa) mentre 405 erano già assegnatari di un altro alloggio. Voi consigliereste a vostro figlio di fare domanda in queste condizioni? Probabilmente li ospitereste in casa fino a che la situazione non migliora.
E qui la famiglia diventa sussidiaria di uno Stato che, per voler essere troppo assistenziale, è oramai saturo e non offre alle nuove generazioni nessuna soluzione praticabile. E se si ripensasse l’intero sistema? Si potrebbe ipotizzare di invertire le condizioni. Ma come? Intanto riduciamo al minimo il patrimonio immobiliare dello Stato: teniamo solo un piccolo nucleo di alloggi per fronteggiare calamità e sgomberi e deviamo le risorse così recuperate su di un bonus alle famiglie di nuova costituzione o in momentanea difficoltà. Momentanea. Questa è la chiave del problema. Lo Stato non può sobbarcarsi a vita le necessità di una famiglia perché così facendo scopre il fianco a fenomeni di lavoro sommerso (“lavoro al nero sennò mi tolgono la casa”). Si dovrebbe porre un termine congruo (alcuni anni) all’aiuto dello Stato.
Prendendo l’esempio dei due ragazzi di prima: lui guadagna 1000 euro, per sopravvivere sono necessari, poniamo, 600 euro al mese.
Perfetto. L’affitto di un monolocale costa 800 euro? 400 li mettono i ragazzi e 400 li mette lo Stato. Questo meccanismo permetterebbe l’emersione di molti affitti “al nero” in quanto sarebbe interesse dei ragazzi registrare il contratto per avere il sussidio. Porrei inoltre il fatto di ricevere il sussidio come titolo preferenziale nei concorsi pubblici e nei corsi d’istruzione ed elevamento culturale. Se, dopo qualche anno, con tutti questi aiuti, i ragazzi non hanno partecipato a nessun concorso, non hanno inviato curriculum, non hanno messo annunci di lavoro, forse si tratta di scarsa volontà. A questo punto lo Stato deve continuare a mantenerli a vita o fare un passo indietro e liberare le risorse per altri giovani?
Se non hanno fatto ogni sforzo per crearsi una loro autonomia non può la collettività farsi carico di loro a vita. La politica dovrebbe quindi tendere a creare famiglie autosufficienti e non dipendenti dal sussidio.
Dov’è il difficile? Avere il coraggio di dire a persone (elettori) che da vent’anni vivono di case popolari e sussidi che è ora che inizino a camminare con le loro gambe: questo è il compito della politica, nel rispetto di ogni generazione.


